mercoledì 15 febbraio 2012

ETICA, SVILUPPO E FINANZA

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C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco… (Lc 16, 19-21).

L’immagine con cui si apre la parabola di Lazzaro e del ricco epulone è purtroppo una perfetta descrizione del mondo in cui viviamo: da una parte i popoli dell’abbondanza, il 20% dell’umanità che dispone dell’80% delle risorse del pianeta; dall’altra la smisurata moltitudine di poveri, senza nome e senza volto, che non hanno di che soddisfare le più elementari esigenze vitali. Su una popolazione mondiale di circa 6,5 miliardi di persone, più della metà vive nel gruppo dei Paesi «a basso reddito», soltanto 900 milioni abitano nei Paesi «ad alto reddito» e il resto nei Paesi «a medio reddito». 1,3 miliardi di persone «vivono» con meno di 1 dollaro al giorno e 3 miliardi con meno di 2 dollari al giorno!

Queste intollerabili sperequazioni all’interno della famiglia umana interpellano ogni uomo e con particolare intensità ogni credente, spingendo alla ricerca delle cause e soprattutto di azioni capaci di porvi rimedio. Non si tratta soltanto della «convenienza» di ridurre queste distanze, ma di un imperativo etico che vede nelle ferite alla dignità di tanti uomini e donne una lesione alla dignità della vita nel suo complesso. Di fronte a tale imperativo, è inevitabile un richiamo alla corresponsabilità di tutti: la responsabilità di ogni uomo nell’assumere comportamenti coerenti con questo dettato, e la responsabilità di promuovere relazioni sociali, economiche e politiche che salvaguardino la dignità della vita umana e contribuiscano a realizzare un umanesimo plenario e planetario. Tale richiamo è particolarmente attuale, in un mondo in cui la globalizzazione e l’interdipendenza rendono visibile ogni conseguenza delle azioni dell’uomo. Come leggiamo nella Populorum progressio: «Lo sviluppo integrale dell’uomo non può aver luogo senza lo sviluppo solidale dell’umanità» (n. 43).

È dunque compito dei credenti — in collaborazione con tutti gli uomini e donne di buona volontà — contribuire alla comprensione dei meccanismi sociali ed economici che hanno come conseguenza la violazione della dignità dell’uomo, per individuare, con fatica e non senza contraddizioni, obiettivi, mezzi e forme organizzative per apportare i necessari correttivi. Si tratta, in altre parole, di esercitare un dovere di cittadinanza globale, ricercando i più corretti strumenti di valutazione perché sia possibile un confronto aperto e inclusivo. Le scienze sociali ed economiche possono offrire un contributo importante, nella consapevolezza degli ambiti di loro competenza e della necessità di una complementarità con discipline di altra natura.

La spinta ad assumersi tale compito non può che venire dalla virtù della solidarietà. Questa, come ha insegnato Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis, «non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti» (n. 38). La virtù della solidarietà ci spinge a porci a fianco dei poveri del pianeta, a sentire come nostra la loro situazione di bisogno e spesso di disperazione e a guardare al mondo dal loro punto di vista. A loro per primi rivolgiamo la nostra attenzione, il nostro cuore e la nostra
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parola, promettendo di fare quanto è in nostro potere per costruire un mondo più giusto che tuteli meglio la loro dignità.
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(Ufficio Nazionale per i Problemi Sociali e il Lavoro della CEI)

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