Sito dell'Ufficio pastorale per i Problemi Sociali e il Lavoro - Giustizia e Pace - Salvaguardia del Creato della Diocesi di Savona - Noli
giovedì 5 dicembre 2013
sabato 6 aprile 2013
ETICA ECOLOGICA
L'uomo mangia, beve, respira, si muove:
senza l'ambiente vitale del creato non potrebbe esistere. La sua vita è segnata
da questa relazione costitutiva. Non solo non esistono alternative, ma questo è
l'unico dono di cui godono gli uomini. “I Cieli sono i cieli del Signore, la
terra l'ha data ai figli dell'uomo” dice il Salmo 115. E' il mondo dell'uomo.
Non di sua proprietà, ma finalizzato alla sua coscienza, alla sua intelligenza
e alle relazioni che lo costituiscono. Quindi l'uomo appartiene al mondo e il mondo
appartiene all'uomo. Questa relazione reciproca tra l'uomo e il creato consente
di superare la tentazione di vedere le due realtà come un unico, quasi che più
si lascia spazio all'uno, più debba retrocedere l'altro; quasi che tanto più
spazio guadagna l'uomo, tanto più ci si debba rassegnare ad accettare la crisi
ecologica. Oppure che quanto più si voglia mostrare il proprio amore per il
creato, tanto più si debbano cacciare in un angolo i sogni umani di grandezza.
A questo punto però sorge una domanda: quali criteri devono sostenere allora
l'intervento umano? La storia insegna (e la crisi ecologica conferma) che un
intervento arbitrario, finalizzato all'egoismo di pochi, e uno sfruttamento
sconsiderato distruggono la creazione. Ne deturpano la bellezza. La
impoveriscono fino a renderla casa non più ospitale per la vita. L'etica
ecologica non nasce quindi da un sì o da un no all'intervento umano nel creato.
Si nutre invece del discernimento etico che cerca di comporre insieme una
molteplicità di aspetti arrivando ad una sintesi. Il criterio è quello del bene
concretamente possibile all'interno di una situazione reale. Non è sempre
facile capire ciò che è giusto scegliere. Il mondo è muto, all'uomo spetta il
compito di interpretarne i valori e significati alla luce del fatto che ogni
cosa trova origine in Dio. Chiedersi se un intervento migliora la convivenza
tra gli uomini e risponde al progetto di Dio significa quindi scegliere di
pensarsi al servizio. Saper leggere la situazione e offrire le giuste risposte
sono frutto del discernimento della coscienza morale. Dunque, è la capacità di
discernimento etico a operare l'autentico progresso umano e non il PIL
incentivato da qualche opera mastodontica. Ciò che manca oggi ai responsabili
di piani regolatori o progetti stradali o di imprese agricole e industriali non
sono le possibilità tecniche, ma molto spesso il discernimento etico. Non c'è
capacità di lettura della situazione concreta né la volontà di confrontarsi,
nella consapevolezza che ogni decisione morale è intersoggettiva. Se manca
questo, il criterio con cui si interviene diventa arbitrario: siccome ci sono i
finanziamenti per un progetto, ci sono risorse da spendere e sono in gioco
interessi economici, si fa di tutto per concludere l'affare fiutato. La domanda
è invece molto più complessa: dove porta questo intervento? Quali risposte
sociali offre in termini di posti di lavoro, di qualità delle salute, di pace
sociale? E' in gioco la visione dello sviluppo economico nel suo insieme. Come
non accorgersi, infatti, che nelle contabilità del PIL di un Paese rientrano
voci contrarie al bene comune? Fanno crescere il prodotto interno lordo anche i
costi per medicine o terapie mediche dovute ad inquinamento o allergie, le
spese per le conseguenze degli incidenti stradali, gli investimenti militari,
le spese dell'alcol e del fumo e persino i costi per riparare i danni provocati
all'ambiente. L'ideologia dominante, anche in tempo di crisi, è quella
dell'aumento dei consumi. Ne parlano i politici, quasi sia la panacea di tutti
i mali. Diventa lo specchietto delle allodole che giustifica l'incapacità di
ripensare un nuovo modello di sviluppo. Il paradosso è servito: il consumismo è
presentato come terapia, quando invece è la malattia. Proprio all'interno di
una mentalità consumistica il rapporto tra le persone è calpestato e i disastri
ecologici si aggravano. Tutto ciò rimanda quindi alla domanda etica
fondamentale: chi è l'altro per me? Un nemico da cui guardarmi per salvare i
miei interessi? Oppure è un fratello con il quale ho la fortuna di condividere
l'esistenza? La presenza dell'altro richiede, in termini ecologici, un mondo
abitabile perchè la comunione possa realizzarsi. Quindi quando si parla di
rispetto del creato è in gioco la relazione con l'altro. Se inquino una falda
non compio solo un'azione sbagliata perchè cambio la composizione chimica
dell'acqua, in realtà pecco contro la fraternità che metto a repentaglio.
Inteviene quindi la “responsabilità ecologica” che si fonda su tre criteri: la
prevenzione, evitare scelte che possono generare danni irreversibili, la
precauzione, si esige prudenza e trasparenza quando i rischi non sono certi e
si potrebbe realizzare qualcosa di non più rimediabile, e la causalità, ovvero
chi causa un danno deve pagarne le conseguenze. Si può parlare così di sviluppo
sostenibile quando la responsabilità e solidarietà si coniugano insieme.
La Segreteria
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